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Cronache di un inseguimento nel buio.

E’ notte fonda. Mezzanotte o l’una, circa.
Fuori fa freddo e quando respiri, avvertil’aria gelata che ti apre i polmoni.
Hai appena iniziato a correre come non hai mai fatto prima. No, non stai correndo. Stai scappando.
La speranza sembra abbracciarti. Vedi un lampione che illumina abbastanza ciò che ti ritrovi davanti. Un piccolo recinto di metallo che si dilunga per centinaia di metri ti blocca la strada, ma non è per nulla alto.
Poggi una mano sul lampione e cerchi di scavalcare. Vai lento, troppo lento, ma devi pur fare qualcosa. La tua mente non è lucida come vorresti.
Sai che qualcuno ti ha visto e che ti sta seguendo con la stessa velocità.
Porti il primo piede oltre il recinto. Poi il secondo.
Potresti, ma non ti senti sicuro. Torni a correre, di più, più forte.
Sai dove stai correndo e cosa si apre di fronte ai tuoi occhi, anche se la luce del lampione scompare alle tue spalle. Hai già visto quel luogo, ogni santo giorno. Magari non così da vicino, ma sai cos’è: un campo di erba, non molto alta e piuttosto pianeggiante. Sai che se ti fossi addentrato in un luogo del genere, avresti fatto attenzione alle zolle di terra e ai piccoli viali d’irrigazione per l’acqua.
Ma non hai tempo per pensare a queste stronzate. Senti il cuore in gola e la paura che ti conquista.

Avverti i rumori del tuo inseguitore e non puoi fare a meno di mugolare qualcosa. Ah! Senti il petto che se ne va completamente. Le spalle pesanti e le gambe che cercano di smettere di correre.
ROBERTA!“, senti urlare alle tue spalle. E’ un urlo, forte, deciso. Non troppo sonoro, di rimprovero, ma pieno di rabbia. Di qualcuno che vuole che ti fermi.
Ti sta inseguendo per quello: hai visto qualcosa che non avresti dovuto vedere.
Nel buio, riesci a capire che ti stai avvicinando alle rotaie del treno, poco distanti da casa tua.
Ma i passi ti raggiungono e senti una presenza oscura dietro di te. Stai morendo di paura, dentro.
L’uomo, tuo marito, ti prende i capelli e con le mano forti,  ti spinge la testa a terra. Una volta. Due.
Senti il dolore, la sua forza, la testa che se ne va, il cuore che scoppia. Tre.
Senti il sangue che invade gli occhi e la bocca che non riesce a far altro che assumere una smorfia, ferma. Quattro volte.
E poi la fine.

Rimani a terra.
Il tuo assilatore si alza, con le mani ancora sporche di sangue e il respiro affannato. Si pulisce la bocca con un gesto animalesco.
Ti seppelisce in qualche luogo disperso, da quelle parti e tu ti fai prendere come una bambola.
Lo sei, un po’.

Prima di morire per mano del tuo assalitore, sei morto di paura.

racconto breve, ispirato alla scomparsa di Roberta Ragusa
avvenimenti e ipotesi sono del tutto frutto della mia fantasia